Il pittore e il poeta


Quando capita che magari un'idea, una sola idea per far prillare il testo alfine scritto, come una moneta lanciata a testa o croce sul campo da gioco. Le sorti in bilico. A questa altezza, nella quale non mi so decidere, mentre sento che le idee sono buone e gassose, che manca solo un qualche agente chimico per farle solide. Allora vado presso i miei libri, li guardo. E quindi ecco... ecco in un libro il poeta Paul Celan (*).

Al poeta per compito gli fanno presentare un pittore. Il poeta scrive: "Avevo sopra di me la grande stella inferiore degli scopritori insaziati, tenni dietro a Edgar Jené tra i suoi quadri"*. Il pittore si chiamava Edgar Jené, appunto.

Ma facciamo che il poeta sono io (con tanto di alamari) e il pittore Edgar Jené è invece il pittore Umberto Torricelli.

Io quindi novello cavalcatore di stelle inferiori vado da viaggiatore tra i quadri di Umberto. Mani dietro la schiena, presso le tele. Dico frasi piane di chi fa tanto d'occhi: "oh, qui hai dipinto una vecchia fabbrica; qui hai dato il fondo rosso... il rosso". E mentre lo dico, occipite in fiamme di chi s'industria coi fantasmi, sono sotto lo sguardo notturno (di un notturno mezzodì) degli innumeri corpi pinti sulla tela, molti acefali, che mi stanno accanto nel mio transitare da scopritore insaziato, come scriveva Paul Celan. E alzano, loro, i corpi, una cortina di fluido mistero nelle loro combinazioni di tubetto di colore bianco, grande, opalino, che si frammischia col tubetto di colore nero, schwarz, noir.

Comunicano tra loro ridendo (chi lo direbbe?) del viandante travestito da poeta, il quale irretito dalla loro luce fioca di velo sul lume, cerca di difendersi, nello smarrimento, sottolineando un'occasionale fondo rosso scuro, una casa in luogo di una schiena. Perché quelle schiene nivee e nude di donna lo confondono facendolo balbettare una scusa qualsiasi; perché i candidi sparati delle camicie di uomini severi lo abbagliano per autorevolezza da cocktail lounge. E le nocche delle mani e la scesa delle reni e i baveri e le sigarette accese e la luce filtrata dalle finestre.

Per riaversi, il navigatore delle stelle inferiori, l'estensore della presente, passa i polpastrelli stracchi sulla cruda materia della tela. E vede la luce radente che cangia all'oscurità degli sfondi. Allora chiede al suo mentore, al pittore lungo e disteso in una sedia, fumando, non-assorto. Chiede, chi scrive, il perché e il percome a colui che dipinge. E quello che dipinge gli dice: "di che ti preoccupi? Guarda qui com'è facile, in fondo, dar luogo a questi quadri.

Loro, mi spalancano come un uscio e procedono all'ombra; eccoli qui". Fa un gesto. E' tutto.

Il poeta, ha un ultimo soprassalto alla vista picta di un piatto ventre femminile che dabbasso sfuma nell'ombra. Il pittore Umberto gli disegna sotto gli occhi, pennarello alla mano, in un foglio volatile, un profilo di rediviva Nefertiti. Con la felicità di un acchiappatore di realtà e, nel contempo, di sogni in veglia.

(*) Paul Celan - "Edgar Jené e il sogno del sogno" in "La verità della poesia" - Einaudi editore

Damiano Zerneri