Lo specchio scuro
Art'è - n. 1/2004
Mi si chiede (spesso) se esista e quale sia il rapporto
tra il cinema noir e il mio fare pittura. Il rapporto, naturalmente, c'è e il
gioco è decisamente scoperto. Qui l'argomento è il cinema, ma non è evitabile
un rimando alla letteratura: i padri del noir e dell'hard boiled letterario
americano sono stati anche sceneggiatori per Hollywood. Penso a Hammet, Chandler,
Woolrich, ad esempio. Molti loro romanzi sono diventati film. E che film.
L'intreccio non è scindibile, per quanto mi riguarda.
L'uso del bianco e nero, l'illuminazione low key, i tagli di luce che attraversano gli ambienti senza mai illuminarli
completamente, lasciando sacche di buio che possono nascondere o improvvisamente
svelare, inquadrature oblique che rompono il sicuro equilibrio al quale è abituato
lo spettatore sono stilemi che appartengono al cinema cosiddetto noir, americano
e francese, e che ho (non del tutto consciamente?) assorbito e riversato nel
mio lavoro pittorico.
Ma la questione non è, e non deve essere, di mera estetica:
la parola noir oltre a designare un genere cinematografico e letterario è anche
quella del colore e della rappresentazione di un vuoto che è l'assenza delle
cose visibili e la presenza, l'inclusione di quelle nascoste. Nel vuoto e nel
noir albergano per associazione presenze inquietanti, siano esse quelle della
minaccia incombente come pure quelle del nostro lato oscuro, quello delle implicazione
ambigue o inconfessabili. La valenza di questo aspetto di mistero "respirante"
è molto evocativa.
Anteporre il bianco, le tonalità del grigio, il nero è una
materia di affioramenti e di sparizioni: un'onda psichica che si muove e "dice",
o almeno cerca di dire, le cose. È, in fondo, l'aspetto che prediligo di quella
cinematografia che utilizza i mezzi espressivi mediati anche dall'Espressionismo
tedesco, grazie al massiccio afflusso in U.S.A. negli anni '30 e '40 di cineasti
emigrati dalla Germania nazista (Siodmak, Preminger, Wilder, Lang e altri ancora),
per evocare sentimenti, stati d'animo, inquietudini, angosce.
Sono film in cui
prevalgono il dubbio, l'ineluttabilità del caso e del destino, storie prive
di lieto fine. Il chiaroscuro è introspezione psicologica, mistero, verità,
e non realtà. È uno specchio oscuro, come dice il titolo di questo pezzo, rubato
a uno splendido film di Robert Siodmak del 1946, che ci rivela interrogativi
inquietanti.
Nel contempo l'iconografia del noir d'epoca, quello di James Cagney,
di Robert Mitchum, agisce come elemento catalizzante e anche da contrasto, in
quanto nei film e nei romanzi hard boiled, soprattutto quelli d'epoca, c'era
una forte caratterizzazione di uomini e d'ambienti. I comportamenti, come anche
la lingua che parlavano, avevano del codice. Il bene e male e i colori delle
vecchie pellicole, il loro bianco e nero, manifestano una certa semplicità di
percezioni e si lasciano catturare, ritrarre.
Direi che il noir dei film d'epoca
dà materia pittorica per definire contorni, lavorare sulle sfumature, rilasciarle
sulla tela. Affiorare, evocare, dire l'inquietudine e l'ambiguità delle cose
attraverso l'iconografia del noir classico, utilizzarne lo "stile". I personaggi
dei film rappresentano il bene e il male, con tutti i toni intermedi. Il bianco
e il nero che simboleggiano questi due estremi sono nei loro completi scuri
e nelle loro camicie bianche, le cravatte sottili, i cappelli dalla tesa dura.
Un proiettile quando colpisce un uomo non ha quasi mai effetti devastanti, le
camicie rimangono intatte nel loro bianco e continuano a contrapporsi al nero
degli abiti, quello stesso bianco che cinquant'anni dopo, indossato dal Mr.
Orange di Tarantino, vediamo tingersi completamente di rosso sangue.
Tutto pare
essere funzionale al rappresentare contrapposizioni.
E' una materia sulla quale
posso lavorare nei confini, nei contorni, quasi si trattasse di uno stampo nel
quale far confluire la natura nascosta. Nel trapassare dalla rappresentazione
filmica a quella pittorica vorrei che i caratteri uscissero dalla loro collocazione
e diventassero forme e accostamenti di colore da cui trasparisse l'affioramento
dal noir, l'ombra.
Non c'è, da parte mia, un voler far rivivere obbligatoriamente
ambientazioni passate, quanto piuttosto combinare un codice riconoscibile col
colore dell'evocazione. In questo, non c'è l'intenzione di ricreare personaggi
definiti; non a caso sono quasi costantemente senza volto. E' piuttosto una
questione di gesti e di stare all'interno di vari gradi d'ombra, come capita
a noi in vari frangenti della vita, più o meno estremi. Il candore delle camicie
o dei fazzoletti nel taschino è quella dell'innocenza o della vittima che si
espone ignara alla realtà. Allo stesso tempo però quel candore è anche quello
della camicia dell'assassino. Il medesimo bianco unito al medesimo nero d'abito
tra vittima e carnefice.
La confusione cromatica di ruoli così estremi, tra
sangue versato e colpo inferto fa attraversare gli anni a quegli attori e personaggi
dei film anni quaranta. È un gorgo dove il male gorgoglia nero nel bianco del
bene e viceversa. Le combinazioni cromatiche mi trovano pronto a ricreare i
corpi permeandoli di nuovi valori, contaminati, contraddittori, come credo siano
quelli della vita dell'uomo contemporaneo. La continuità narrativa di queste
forme che vado dipingendo può essere fittizia o oggettiva. Questo dipende da
chi guarda, da come vede questi personaggi. Io vorrei trasparisse la loro alterità
e il loro stare dentro alla propria natura ambigua, dormiente o affiorante.
Poi possono essere ambientati in vari modi. Se posso dirlo, amano i pomeriggi
piovosi, le mezze luci di mezza città. Penso infatti a certi attraversamenti
della realtà, ad esempio al vedere non visti da dietro i finestrini di un tram
che passa. Automaticamente l'esterno ha le caratteristiche di uno snodarsi narrativo,
solamente che veniamo catturati da particolari saltellanti, tralasciando il
resto.
Amo di questo processo la manifestazione della realtà in accordo a meccanismi
percettivi che quasi agiscono da soli. Le mie figure vengono da lì, da una storia
di percezioni, da un retaggio d'immagini, di visioni, abiti, colori, contrasti.
E la sceneggiatura la scrivo così, attraversando fotogrammi del mio immaginario,
per poi, in veglia, trasferirli senza nome nei miei colori, quale nuovo fotogramma
di una storia in immagini che ogni giorno viene snodandosi, modificando. E sorprendendomi
sempre.
Umberto Torricelli